Quando hai iniziato a credere che fosse normale?

C'è stato un giorno preciso in cui ho iniziato a chiamarlo così. Il difficile è stato ricordarmelo.

Qualche settimana fa, di ritorno da una riunione finita troppo tardi, mi sono seduta alla scrivania con un panino ancora in mano e ho aperto la mail mentre masticavo, un gesto che ho fatto talmente tante volte da non accorgermi nemmeno più di farlo, come si strofinano gli occhi o si controlla l'ora senza un vero motivo. Ho continuato a leggere per una decina di minuti, ho risposto a due messaggi, ho firmato distrattamente un'approvazione su un file condiviso, e solo quando ho alzato lo sguardo e visto le briciole sparse sulla tastiera mi sono resa conto di quello che stavo facendo. Non tanto il pranzare al pc (o saltare totalmente il pranzi, quello, lo confesso, lo faccio da anni) quanto il fatto che non mi sembrasse più un problema. Anzi: mi sembrava quasi efficiente.

La domanda che non mi ero mai fatta

È stato in quel momento, tra un morso e l'altro, che mi sono chiesta qualcosa che non mi ero mai posta con questa precisione: quando ho iniziato a considerarlo normale? Non "perché lo faccio" (a quella domanda avrei saputo rispondere in tre secondi, con la solita lista di scadenze, riunioni, l'agenda che non lascia spazio). Ma "da quando ho smesso di considerarlo un problema". Ho provato a tornare indietro, a cercare il giorno preciso in cui il pranzo alla scrivania è passato dall'essere un'eccezione giustificata (quella settimana complicata, quel progetto urgente) a essere semplicemente come funzionano le cose. E non l'ho trovato. Non c'è stato un giorno. C'è stata una lunga sequenza di eccezioni, ciascuna perfettamente ragionevole presa da sola, che si sono sommate fino a diventare una regola che non ho mai votato consapevolmente.

Le altre abitudini che ho archiviato allo stesso modo

Una volta aperto quel cassetto, è difficile richiuderlo.

Ho iniziato a farmi la stessa domanda su altre abitudini che, con la stessa naturalezza silenziosa, sono passate da "situazione temporanea" a "così funziona il mio modo di guidare il team".

Portarmi il pc a casa il sabato per finire quello che mi ero proposta di chiudere durante la settimana, come se il weekend fosse solo un ufficio con una vista diversa. Vedere che qualcuno del team consegna un lavoro fatto a metà e non dire nulla, perché tanto ci sono io a ricontrollare tutto prima che esca (e se devo essere onesta, quel controllo un po' mi rassicura, più di quanto mi preoccupi). E soprattutto quella frase che ormai mi esce quasi da sola, ogni volta che vedo qualcuno in difficoltà su qualcosa che potrebbe imparare a fare da solo: "tranquillo, faccio io".

Tre parole che sembrano un gesto di generosità e che, guardate da fuori, sono la fotografia esatta di un sistema che ho costruito io, un mattone alla volta, senza mai deciderlo consapevolmente.

La ruota del criceto

C'è un'immagine che mi è tornata in mente ripensando a queste tre abitudini messe una accanto all'altra, ed è quella della ruota del criceto: la bestiola corre, la ruota gira, e vista da fuori sembra pure operosa … solo che alla fine della giornata è esattamente nel punto da cui è partita.

Portavo il pc a casa per "finire" quello che non ero riuscita a delegare durante la settimana.

Ricontrollavo il lavoro del team invece di investire il tempo per spiegare, una volta e bene, come si fa. Dicevo "faccio io" invece di lasciare che qualcuno imparasse sbagliando, con calma, sotto i miei occhi.

Ogni singolo giro sembrava necessario, quasi virtuoso … chi altro se non io, con questo carico di esperienza, poteva farlo meglio e più in fretta?

Ma messi in fila, quei giri non mi stavano portando da nessuna parte. Mi tenevano semplicemente più occupata, dentro la stessa ruota, un po' più stanca a ogni passaggio. E il team, nel frattempo, restava esattamente al punto in cui si trovava quando avevo iniziato a correre per lui.

Il meccanismo che non chiede il permesso

La cosa che ho capito, seduta lì con le briciole sulla tastiera, è che la normalizzazione non arriva mai con un annuncio, non bussa alla porta per chiedere se può entrare.

Funziona su un principio molto più subdolo: le basta la tua disattenzione, ripetuta con pazienza per settimane o mesi, per fare tutto il lavoro al posto tuo.

Non c'è un giorno in cui decidi consapevolmente di salire sulla ruota, c'è una serie di piccoli sì, ciascuno detto per una buona ragione contingente, che l'abitudine cuce insieme finché smettono di sembrare eccezioni e iniziano a sembrare, semplicemente, il tuo modo di lavorare.

Quello che chiami normale è solo l'ultima eccezione che hai smesso di notare.

Un esercizio da dieci minuti, prima che passi anche questo

Se ti va di fare lo stesso esercizio che ho fatto io (e te lo consiglio, anche se in parte fa un po' male) prendi dieci minuti e scrivi tre cose che oggi consideri "normali" nel tuo modo di guidare il team e che tre anni fa, raccontate alla te stessa di allora, ti sarebbero sembrate quantomeno discutibili, o di cui ti lamentavi se le face il tuo capo.

Non fermarti alla lista: per ciascuna, chiediti una cosa sola: questo giro di ruota ti sta davvero portando da qualche parte, o ti sta solo tenendo occupata mentre il team resta fermo? Se la risposta è la seconda, hai appena trovato un buon punto da cui scendere.

Non serve scendere oggi stesso. Serve solo accorgersi di esserci sopra.

E tu?

Mi chiedo spesso quante persone si portino a casa un pc il weekend, ricontrollino un lavoro che potrebbero insegnare a fare bene una volta per tutte, o dicano "faccio io" così tante volte a settimana da averne perso il conto…senza accorgersi che è diventata la loro normalità, la loro ruota che gira.

Quindi te lo chiedo direttamente, come ho fatto la settimana scorsa e come continuerò a fare in queste settimane: qual è, per te, il giro di ruota che hai smesso di notare?



Penso che la leadership non sia un titolo, ma un allenamento quotidiano. E che si possa rendere semplice grazie a un percorso fatto di esempi concreti, metodi chiari e ispirazioni che aiutano a vedere e fare meglio. È con questo spirito che condivido riflessioni e strumenti pratici su team, lavoro e organizzazione.

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