Il rientro traumatico

Due anni fa un rientro anticipato mi mostrò qualcosa che non volevo vedere, ed è da lì che ho iniziato a cambiare il modo in cui guido il mio team.

Ho sempre avuto un trucco che uso puntualmente ogni fine agosto: rientro sempre di mercoledì, mai di lunedì. Un calcolo che ho perfezionato al punto da sembrarmi quasi scientifico, e che racconto anche agli altri come una soluzione perfetta: al rientro tre giorni di lavoro invece di cinque, l'illusione di una settimana corta, il trauma da rientro diluito in un boccone più piccolo.

Funziona, o almeno aveva sempre funzionato, ed è diventato uno di quei piccoli riti privati di cui vado silenziosamente fiera, come se avessi trovato una scappatoia che il resto del mondo non conosce.

Due anni fa, però, il trucco si ruppe prima ancora che potessi usarlo. Qualche giorno prima del rientro previsto aprii la mail (solo per dare un'occhiata, mi dissi, la stessa bugia di sempre) e trovai diverse risposte importanti da dare entro il martedì della settimana del rientro.

Non entro mercoledì, come da programma. Entro martedì. Il che significava, semplicemente, che il lunedì dovevo esserci, per verificare che fosse tutto a posto in tempo.

Non fu il calendario a deciderlo

La cosa che mi fece più rabbia, nei minuti dopo aver letto quelle mail, non fu la scadenza in sé. Fu scoprire quanto poco margine avessi davvero. Perché nessuno mi aveva chiamata per chiedermi di anticipare il rientro. Nessuno mi aveva imposto niente. Ero stata io, guardando quelle richieste, a capire che non potevo permettermi di ignorarle fino a mercoledì … che se non avessi risposto io, entro quella data, il rischio di un problema più grande era reale, ed era un rischio che sentivo mio, non delegabile, non rimandabile.

Ed è lì che la frustrazione si trasformò in qualcosa di più scomodo da guardare. Perché io non volevo tornare a lavorare come prima, lo sapevo già da settimane. Ma il mio senso di responsabilità, quello stesso senso di responsabilità che mi aveva sempre fatta sentire una persona affidabile, mi riportò indietro comunque, due giorni prima del previsto, senza che io avessi davvero scelto.

Non mi ha riportata a chi ero. Mi ha mostrato chi stavo diventando.

E quello che quell'episodio mi mostrò, con una chiarezza che il trucco del mercoledì non mi aveva mai permesso di vedere, fu che il problema non era il rientro. Il problema era tutto quello che, nel modo in cui avevo costruito il mio ruolo e il mio team, dipendeva ancora soltanto da me, al punto che due settimane di distanza non bastavano a spostare una virgola, e la mia presenza restava, in troppi punti, l'unico ingranaggio che faceva funzionare la macchina.

Quello che ho cambiato da allora

Non fu una scoperta piacevole da fare a fine agosto, e infatti non la digerii subito: ci misi mesi prima di ammettere che il problema non era organizzativo, era mio. Ma fu una scoperta utile, perché da lì cominciai a farmi una domanda diversa ogni volta che prendevo in mano una decisione: questa può prenderla soltanto io, o è solo che non ho mai lasciato che fosse diversamente?

Ho iniziato a scrivere, decisione per decisione, quali di quelle che gestivo personalmente potevano davvero passare a qualcun altro del team, e mi sono accorta che erano molte di più di quante pensassi.

Ho iniziato a costruire, con calma e qualche resistenza, dei confini più chiari su cosa potevo davvero rimandare senza che nulla si rompesse. E soprattutto ho iniziato a dare al mio team la fiducia che fino a quel momento avevo riservato solo a me stessa.

E tu?

Mi chiedo spesso, quando racconto questa storia, quante persone si riconoscano in quel lunedì anticipato, nella stessa frustrazione, nello stesso senso di responsabilità che diventa gabbia invece che risorsa.

Quindi te lo chiedo direttamente: qual è, oggi, la prima decisione che nessun altro nel tuo team può prendere al tuo posto?

E se ci pensi bene, è davvero così, o è solo che non hai ancora lasciato che fosse diversamente?

Rispondimi pure a questa newsletter, o lascia un commento sotto l'articolo, mi piacerebbe leggerti, e magari le vostre risposte diventeranno materiale per le prossime settimane.

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