Le ferie ti ricordano chi eri
Quella versione più leggera di te non è comparsa dal nulla appena sei partita: è la stessa che il lavoro, senza che tu te ne accorgessi, aveva messo da parte.
Qualche giorno fa, seduta a un tavolo con delle persone che conosco da una vita, mi sono sorpresa a ridere per qualcosa di davvero stupido, una battuta mal riuscita, di quelle che fanno ridere più per l'imbarazzo di chi l'ha detta che per il contenuto… e a ridere non con la risata di cortesia che uso spesso quando ho la testa altrove, ma con quella vera, quella che ti fa venire le lacrime agli occhi e ti costringe a fermarti un secondo per respirare.
E lì, tra una risata e l'altra, mi sono chiesta: da quanto tempo non ridevo così?
Non è una domanda banale quanto sembra. Perché la risposta onesta era: da molto.
Non perché la mia vita mancasse di occasioni per ridere, ne ho parecchie, per fortuna, ma perché la testa, negli ultimi mesi, era altrove anche quando il corpo era lì, seduto a tavola, apparentemente presente.
Bastava un pensiero al lavoro rimasto in sospeso, una notifica vista con la coda dell'occhio, e la risata usciva comunque, ma un po' più corta, un po' più automatica.
Il nodo che le ferie mettono a nudo
C'è una tentazione facile, in questi giorni, ed è quella di pensare che questa versione più leggera di me sia un prodotto delle ferie… qualcosa che esiste solo perché sono lontana dall'ufficio, dal calendario pieno, dalle notifiche che si accumulano, dai doveri.
Come se fosse una specie di bonus stagionale, disponibile solo per due o tre settimane all'anno, e poi da riporre in valigia insieme al costume quando si torna a casa.
Ma più ci penso, più mi accorgo che la cosa non torna.
Quella persona che ride con le lacrime agli occhi, che balla fuori da un bar, che ascolta una conversazione fino in fondo invece di aspettare il proprio turno per parlare, che nota il colore del cielo alle sette di sera … quella persona non è nata sul traghetto che mi ha portato qui. C'era anche prima. Solo che il lavoro, con la sua capacità discreta e ostinata di occupare ogni spazio libero, l'aveva spinta un po' più indietro, giorno dopo giorno, senza che io me ne accorgessi mai abbastanza da fermarmi e dire: aspetta, dov'è finita quella parte di me?
Il criterio che vale la pena portarsi a casa
Ed è qui che le ferie, più che un riposo, diventano uno strumento di osservazione , a patto di guardarle con questo criterio: non chiederti cosa hai fatto di diverso in questi giorni, ma chi sei stata mentre lo facevi. La differenza è sottile ma decisiva. Il primo tipo di domanda ti porta a fare l'elenco delle attività: il mare, le letture, le cene con gli amici. Il secondo ti porta a notare qualcosa di più scomodo e più utile: quanto spazio, nella tua vita di tutti i giorni, lasci davvero a quella versione di te che ride con le lacrime agli occhi?
Quella versione di te non è nata in vacanza. L'hai solo ritrovata.
Un esercizio da dieci minuti, prima che il rientro cancelli tutto
Se vuoi provare a portarti a casa qualcosa di più della tintarella (tu, perché per me è impossibile abbronzarmi), ti propongo un esercizio che richiede davvero pochi minuti, meglio se lo fai prima che il rientro spazzi via tutto con la sua urgenza.
Prendi un foglio o le note del telefono, e scrivi tre momenti di queste ferie in cui ti sei sentita più simile a te stessa di quanto ti capiti di solito. Non serve che siano eventi straordinari: spesso sono i più piccoli, un silenzio, una conversazione, un momento di noia che non hai riempito subito con qualcos'altro. Poi, per ciascuno, chiediti una cosa sola: cosa c'era in quel momento, dentro di te, che di solito manca nelle tue giornate normali?
Non è ancora il momento di trovare la soluzione. Basta iniziare a notare.
La domanda che aspetta al rientro
Non so ancora come si traduce tutto questo in una vita che, tra qualche giorno, tornerà ad avere riunioni, scadenze, un calendario pieno. Non ho la formula pronta, e diffido un po' di chi la offre come se fosse semplice. Ma so che ho iniziato a farmi una domanda diversa rispetto agli anni scorsi, quando il rientro arrivava e con lui la sensazione di dover chiudere in un cassetto questa parentesi più leggera fino all'estate successiva: quella domanda è se davvero debba essere così, o se qualcosa di quello che ho ritrovato in questi giorni possa restare, anche solo in piccola parte, quando il PC tornerà ad accendersi ogni mattina.
Ci sto pensando. E in questo spazio, blog e newsletter, più che i social, è dove sto raccogliendo i pensieri man mano che si formano, senza fretta di arrivare a una conclusione perfetta.
Se ti va di seguire il filo insieme a me nelle prossime settimane, mentre il rientro si avvicina e la storia continua, iscriviti alla newsletter: è lì che scrivo con più calma e più verità di quanta ne trovi in un post.