Hai portato il PC in vacanza... o solo il lavoro?

Non ho mai, e dico mai, lasciato il PC a casa - nemmeno quando ero una povera stagista che di email urgenti da controllare ne aveva forse due a settimana. Ricordo ancora una vacanza a Cuba, nel 2004: zaino in spalla, autobus sgangherati che sembravano reduci da un'altra epoca, strade polverose, un'isola intera da scoprire -e lì, incastrato tra i vestiti e la macchina fotografica, il mio computer.

A ripensarci oggi mi viene da ridere. Non perché servisse davvero: credo di averlo aperto sì e no un paio di volte in tre settimane. Era lì per un motivo tutto suo, che allora nemmeno mi sarei sognata di mettere in discussione - mi faceva sentire pronta, nel caso qualcuno, da qualche parte, avesse avuto bisogno di me. Ero all'inizio della carriera, e portarmi dietro quel peso in più mi sembrava quasi una prova di serietà.

Negli anni il computer è diventato più leggero. Poi è arrivato lo smartphone, che di leggerezza ne ha anche di più - e proprio per questo il lavoro ha smesso di avere bisogno di essere portato: ha semplicemente imparato a seguirci ovunque, da solo, senza che dovessimo più incastrarlo tra un costume e un asciugamano.

Negli anni il computer è diventato più leggero. Poi è arrivato lo smartphone, che di leggerezza ne ha anche di più - e proprio per questo il lavoro ha smesso di avere bisogno di essere portato: ha semplicemente imparato a seguirci ovunque, da solo, senza che dovessimo più incastrarlo tra un costume e un asciugamano.

Perché è questo che succede ogni estate, sempre uguale: prepariamo la valigia con una cura quasi rituale - il costume, un libro che ci ripromettiamo di finire per la quinta estate di fila, la crema solare, il caricatore - e poi partiamo convinte di aver messo dentro tutto quello che serve. Salvo poi scoprire che c'è una cosa che non abbiamo fatto entrare in valigia e che, puntualmente, arriva in vacanza con noi lo stesso: la sensazione di dover controllare che vada tutto bene, il bisogno di dare un'occhiata alle mail "solo un attimo", l'idea che se il telefono squilla forse è meglio rispondere. Ed è qui che vale la pena fermarsi un secondo, perché quella sensazione non è il lavoro in sé: è l'abitudine, molto più radicata e molto più instancabile, a sentirci responsabili di tutto, sempre, comunque.

C'è una fase delle ferie che trovo sempre affascinante da osservare, un po' come se guardassi me stessa dall'esterno. I primi giorni la testa continua a correre per conto suo: ripensi alle riunioni lasciate a metà, ti chiedi se quel progetto sarà partito, controlli il telefono quasi senza accorgertene, come un riflesso che non ti sei mai chiesta da dove venga. Poi, lentamente - e senza che tu decida che debba succedere - passano alcune ore senza pensare al lavoro, poi un pomeriggio intero, poi quasi un giorno, e inizi a respirare in un modo diverso. Ti accorgi che stai ascoltando davvero la persona seduta accanto a te, che guardi il mare senza sentire il bisogno di interrompere il momento per una notifica, che riesci a leggere dieci pagine di un libro senza perderti nei tuoi stessi pensieri a metà della seconda riga.

E la cosa buffa è che non hai imparato niente di nuovo in quei giorni: hai solo ritrovato, quasi per caso, una parte di te che avevi lasciato in un cassetto senza nemmeno accorgertene.

Ed è proprio lì che arriva la domanda più scomoda, quella che di solito preferiamo rimandare a settembre inoltrato: perché questa versione di me esiste solo in ferie? Perché per sentirmi presente devo essere lontana dall'ufficio? Quando abbiamo iniziato ad accettare come normale l'idea di vivere con la testa costantemente occupata dal lavoro, come se fosse l'unico modo possibile?

Non credo che il problema sia lavorare tanto - ho sempre amato quello che faccio, mi piace costruire, risolvere problemi, guidare persone, vedere un progetto prendere forma sotto gli occhi. Il problema nasce quando il lavoro smette di essere una parte della tua vita e diventa il contenitore dentro cui finisce tutto il resto, quando non riesci più a distinguere dove finisce il tuo ruolo e dove inizi tu.

Forse è proprio questo il vero regalo delle ferie - non tanto il riposo quanto la prospettiva che ti regalano, quel modo diverso di guardare le cose che il resto dell'anno non ti concedi mai. Per qualche giorno smettiamo di vivere con il pilota automatico e ci accorgiamo di una cosa che durante l'anno resta ben nascosta: che ci piace, quella versione di noi. Quella che ride di più, che ascolta una conversazione fino in fondo, che non sente il bisogno di controllare il telefono ogni due minuti, che torna semplicemente a essere presente.

E allora, più che chiederti se quest'anno il PC è finito in valigia insieme al costume, forse la domanda giusta è un'altra, e un po' più scomoda: quando tornerai a settembre, vorrai tornare a vivere esattamente come prima?

Penso che la leadership non sia un titolo, ma un allenamento quotidiano. E che si possa rendere semplice grazie a un percorso fatto di esempi concreti, metodi chiari e ispirazioni che aiutano a vedere, e fare, meglio. È con questo spirito che condivido riflessioni e strumenti pratici su team, lavoro e organizzazione.

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