Quel muro invisibile tra te e il team

Perché l’empatia, da sola, non basta a far passare le cose — e cosa guardare quando la comunicazione si ferma.

È successo con il team marketing, appena costituito.

Una delle varie riunioni di allineamento. Una occasione per dare metodo e creare una base comune.

Parlavo.

Spiegavo obiettivi, priorità, criteri di lavoro.

Cercavo di mettere ordine.

Loro ascoltavano.

Annuivano.

La riunione è finita senza attriti, nei tempi.

Nessuna obiezione.

Nessun segnale di difficoltà.

Usciti da lì, però, nulla si muoveva.

Le attività restavano ferme.

Le decisioni slittavano.

Le stesse domande tornavano, identiche.

Non era disaccordo.

Non era resistenza.

Era una distanza silenziosa.

Avevo la sensazione di aver parlato bene.

Eppure ogni frase sembrava rimbalzare contro qualcosa di invisibile.

Un muro, appunto.

Quando succede, il primo pensiero è quasi sempre lo stesso:

«Devo essere più empatica.»

Ed è spesso da lì che iniziano i problemi.

Il nodo sotto la superficie

Nel lavoro reale, l’empatia viene spesso confusa con una forma di vicinanza indistinta.

Ascolto continuo.

Disponibilità costante.

Adattamento totale.

L’idea implicita è questa:

se sono abbastanza empatica, il team si aprirà.

Se il team non si apre, vuol dire che non lo sono abbastanza.

Questa credenza pesa.

Perché trasforma ogni difficoltà relazionale in una colpa personale.

E perché spinge chi guida a forzare una modalità che non sempre è quella giusta.

L’anomalia sta qui:

l’empatia non è amicizia.

E soprattutto, non è uniformità.

Nel lavoro, l’empatia non consiste nel parlare sempre nello stesso modo con tutti.

Consiste nel capire come ciascuna persona legge le informazioni, le richieste, le decisioni.

E nel saper adattare la comunicazione senza perdere struttura.

Una chiarezza necessaria

C’è una frase che, negli anni, mi ha aiutata a rimettere ordine:

L’empatia non elimina la responsabilità di essere chiari.

Anzi.

La rafforza.

Essere empatici non significa smussare tutto, evitare frizioni, tenere l’aria morbida.

Significa assumersi la responsabilità di dire le cose in modo comprensibile per chi le riceve.

Anche quando questo richiede più lavoro da parte di chi guida.

La comunicazione empatica non è più gentile.

È più leggibile.

Un criterio di lettura

Quando senti un muro tra te e il team, prova a spostare lo sguardo da cosa stai dicendo a come stai parlando.

Il criterio è semplice:

stai usando il tuo linguaggio o il loro?

Nel lavoro quotidiano convivono persone che hanno bisogno di contesto,

altre che vogliono sintesi.

C’è chi cerca rassicurazione prima di agire

e chi ha bisogno di confini chiari per muoversi.

Usare sempre lo stesso registro con tutti non è coerenza.

È pigrizia comunicativa.

E alla lunga crea distanza.

Un micro–strumento osservativo

Nei prossimi giorni, senza cambiare nulla di ciò che fai, osserva questo.

In ogni interazione rilevante — una riunione, un confronto, una richiesta — nota:

chi fa domande di chiarimento

chi passa subito all’azione

chi resta in silenzio

chi chiede conferme

Non intervenire.

Non correggere.

Guarda.

In meno di dieci minuti al giorno, emerge una mappa chiara:

non del carattere delle persone, ma del loro modo di elaborare la comunicazione.

È da lì che l’empatia diventa operativa.

Ispirazione SEMPLICE

Nel libro Come trattare gli altri e farseli amici, Dale Carnegie non parla di leadership come la intendiamo oggi.

Parla di relazioni umane, di ascolto, di attenzione reale all’altro.

L’idea centrale, utile al lavoro, è questa:

le persone non reagiscono ai fatti, ma a come i fatti vengono presentati loro.

Una citazione, spesso sottovalutata, dice:

«Parla agli interessi dell’altra persona, non ai tuoi.»

Nel lavoro quotidiano questo non significa compiacere.

Significa tradurre.

Prendere una decisione, un obiettivo, una richiesta — che per te è chiara —

e renderla comprensibile per chi la deve agire.

Applicazione pratica:

prima di comunicare qualcosa di importante, chiediti non «è corretto?»,

ma «è leggibile per questa persona, in questo momento?».

È una differenza sottile.

Ma cambia il risultato.

Una chiusura necessaria

Se senti un muro tra te e il team, non significa che stai guidando male.

Spesso significa solo che stai parlando una lingua che non tutti leggono allo stesso modo.

L’empatia, quella che funziona, non ti chiede di essere più morbida.

Ti chiede di essere più precisa.

E questo non è un tratto caratteriale.

È un allenamento.

Se questa riflessione ti ha fatto rivedere una conversazione recente, fermati un momento.

Nelle prossime settimane continuerò a lavorare su comunicazione, team e leadership concreta.

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Perché fare tutto bene non significa guidare bene