La leadership prova il tuo valore?
Quando il funzionamento del team diventa una misura silenziosa di te
Me lo ricordo bene quel momento, perché non aveva nulla di eclatante.
Era una giornata normale. Di lavoro vero. Di quelle in cui non succede niente di clamoroso, ma senti che stai tenendo insieme troppe cose contemporaneamente.
Ero uscita dall’ufficio più tardi del previsto, con quella sensazione ambigua di aver fatto tutto quello che c’era da fare e, allo stesso tempo, di non aver fatto abbastanza.
In macchina, nel traffico, ho iniziato a ripensare al team.
A una persona che faticava più del solito.
A un’altra che avrebbe potuto fare di più, ma non lo stava facendo.
A una scelta rimandata.
A una responsabilità non chiarita fino in fondo.
Niente di drammatico.
Niente che, preso singolarmente, meritasse una riunione o una crisi.
Eppure, mentre guidavo, mi sono sorpresa a pensare una cosa molto precisa:
se le cose stanno così, vuol dire che non sto guidando abbastanza bene.
Non l’ho detto a nessuno.
Non l’ho nemmeno formulato davvero.
Ma quella frase si è appoggiata da qualche parte, silenziosa, e ha iniziato a pesare.
È così che funziona, spesso.
La leadership non ti chiede il permesso.
Ti entra addosso.
Dove nasce davvero la fatica
Il punto non è che guidare persone sia complesso.
Lo è sempre stato.
Il punto è che, a un certo livello di responsabilità, il funzionamento del team diventa una misura implicita del tuo valore personale.
Se le persone crescono, ti senti “a posto”.
Se rallentano, inizi a interrogarti.
Se qualcosa si inceppa, il primo pensiero non è cosa manca al sistema, ma cosa non sto facendo io.
E allora compensi.
Compensi con più presenza.
Compensi con più controllo.
Compensi con più attenzione, più ascolto, più disponibilità.
Non perché qualcuno te lo chieda esplicitamente, ma perché senti che dovrebbe essere così.
La leadership, in questo modo, smette di essere un ruolo.
Diventa una prova continua.
Una verifica silenziosa che accompagna ogni giornata.
Ed è una fatica particolare, perché non nasce dall’insicurezza, ma dal senso di responsabilità.
Dal fatto che sai che il tuo lavoro non riguarda solo te, ma il modo in cui gli altri lavorano, tengono, crescono.
Un cambio di lente (che non accarezza, ma libera)
C’è un criterio che cambia davvero il modo di stare nella leadership, e non ha nulla di motivazionale:
👉 Il tuo valore non si misura da quanto riesci a tenere insieme, ma da quanto le cose funzionano anche quando tu non intervieni.
È una lente esigente.
Perché ti toglie l’alibi del “se non ci sono io, non va avanti niente”.
Ma è anche l’unica che rende la leadership sostenibile.
Se il team funziona solo quando sei presente, attenta, reattiva, disponibile,
non significa che tu stia sbagliando.
Significa che stai reggendo qualcosa che dovrebbe stare in piedi da solo.
La leadership non è sacrificio.
È architettura.
È costruire criteri, confini, strutture che permettano agli altri di assumersi la loro parte, senza appoggiarsi continuamente a te.
Una domanda da portarti dietro
Non è un esercizio.
È una domanda che lavora anche mentre fai altro.
Se io smettessi di intervenire per qualche giorno, cosa crollerebbe davvero?
Non quello che temi.
Quello che succederebbe.
Lì non c’è un tuo limite personale.
Lì c’è un punto in cui serve struttura, non presenza.
E basta iniziare da uno solo.
Se questa riflessione ti ha fatto sentire vista, o scoperta, o semplicemente meno sola, va bene così.
Serve a farsi le domande giuste.
Se ti va, possiamo continuare da qui.