Il bilancio del primo anno…

…cosa hai imparato, cosa porti con te, cosa cambia adesso

Un anno fa esatto ho cambiato lavoro, e poco prima di iniziare questa avventura mi sono comprata un'agenda azzurro polvere, scelta con grande entusiasmo e con la convinzione, adorabile e del tutto infondata, che un colore così rassicurante avrebbe reso più ordinata anche me. Ieri l'ho riaperta dall'inizio, come si rilegge una vecchia corrispondenza, e nelle prime settimane ho ritrovato un piano meravigliosamente entusiasta, con le pagine piene di cose da fare e da imparare e di persone da incontrare, scritto da una persona che non vedeva l'ora di cominciare.

Poi ho girato le pagine dei mesi successivi e ho visto quel piano spegnersi piano piano, senza nessun momento preciso in cui sia successo, come una lampadina che perde forza e che nessuno pensa di sostituire, e ho riso da sola in salotto con una tenerezza che non mi aspettavo. Ho capito che quell'agenda conteneva, senza che io l'avessi pianificato, la cronaca esatta del mio primo anno, con l'entusiasmo di chi parte, la fatica di chi si ritrova a capire come funziona un posto nuovo e tutto quello che nel frattempo avevo imparato senza accorgermene.

Tre colonne su un foglio

Il primo anno non finisce con un diploma o un festeggiamento ti compleanno in azienda, e questa mancanza di un punto di chiusura è forse la ragione per cui quasi nessuno ne fa il bilancio: si passa al tredicesimo mese con la stessa inerzia con cui si era attraversato il dodicesimo. Io ho fatto quello che consiglio sempre di fare davanti a un problema che sembra troppo grande, cioè ho preso un foglio e l'ho diviso in tre colonne, intitolate «tengo», «lascio» e «costruisco».

Nella prima ho messo quello che oggi so fare e un anno fa non sapevo, cioè capire le logiche dell'azienda e individuare con chi relazionarmi per essere aiutata quando serve.

Nella seconda ho messo le abitudini che mi sono costate parecchio e che adesso posso restituire senza rimpianti, tra cui sistemare io il lavoro degli altri la domenica sera e rispondere sì a tutto per paura di sembrare poco disponibile.

Nella terza, che è quella che tutti saltano perché è la più impegnativa, ho scritto che cosa voglio che il team sia capace di fare fra un anno, e ho notato con un certo imbarazzo che la riga più lunga riguardava il team e non me.

Quello che Sinek racconta a proposito delle cene

In Ultimo viene il leader Simon Sinek sostiene, nella mia lettura e in parafrasi, che i leader migliori si occupano prima di tutto di creare attorno alle persone uno spazio in cui si sentono al sicuro dentro il gruppo, e che solo a quel punto l'energia che altrimenti andrebbe spesa a difendersi dai colleghi può essere rivolta ai problemi veri. Il titolo viene dall'abitudine, che lui descrive in contesti militari, di far mangiare per ultimi i comandanti, un gesto piccolo che racconta una gerarchia di attenzioni. Ripensando al mio anno ho riconosciuto che i momenti in cui il team ha funzionato meglio erano quasi sempre quelli in cui avevo chiarito qualcosa, parlato di ciò che ognuno contribuiva, protetto un confine o ammesso un errore davanti a tutti, mentre i momenti peggiori coincidevano con quelli in cui cercavo di dimostrare di essere all'altezza del ruolo e mi concentravo solo sul fare.

La sicurezza psicologica la si costruisce a colpi di piccoli gesti ripetuti, e io per qualche mese avevo scambiato la presenza con il mandare avanti il lavoro.

Dieci minuti con le otto leve

Lo strumento di questa settimana costa dieci minuti e si fa con le otto leve del Metodo Team SEMPLICE® davanti: struttura, empatia, misura, priorità, leadership, impegno, coaching, evoluzione.

Per ciascuna scrivo una riga sola con la cosa che oggi faccio e un anno fa non facevo, poi do un voto da uno a cinque a come la sento adesso, usando il voto soltanto per capire dove guardare e senza alcuna pretesa di misurare qualcosa di oggettivo.

Delle otto ne cerchiamo due, quelle con il voto più basso, e ne scegliamo una sola da portare nei prossimi tre mesi, con un gesto concreto e una data.

Una sola, perché la tentazione al tredicesimo mese è quella di ripartire con venti buoni propositi che si sciolgono a febbraio, mentre una leva sulla quale lavori davvero cambia il modo in cui le altre sette si tengono in piedi.

Quello che costruisco

Dopo aver fatto l'esercizio ho capito che l'ambiente in cui lavori influenza nettamente chi sei come leader, e ne sono diventata molto più consapevole in questi dodici mesi. Ho capito anche che mantenere la propria autenticità e portarla fuori ogni giorno è un impegno che non voglio perdere.

La domanda per la settimana:

se potessi scrivere una sola riga nella colonna «costruisco» per i prossimi dodici mesi, quale sarebbe, e che cosa dovresti smettere di fare lunedì per farle spazio?




Bonus — Ispirazione SEMPLICE

Libro: Ultimo viene il leader — Simon Sinek

Quando le persone devono fronteggiare pericoli che nascono all’interno dell’organizzazione, l’organizzazione ha meno strumenti per difendersi dalle minacce esterne.

L’idea al centro del libro

Sinek parte da una constatazione che chiunque abbia lavorato in un’azienda riconosce subito: in ogni organizzazione le minacce vere esistono, e arrivano dal mercato, dalla concorrenza, dai cambiamenti che nessuno controlla. Quando però una parte consistente dell’energia delle persone viene spesa per difendersi dai colleghi, dai capi o dai giochi interni, quella stessa energia manca proprio nel momento in cui servirebbe a fronteggiare ciò che sta fuori. Ne deriva una responsabilità precisa per chi guida: creare attorno al team condizioni di sicurezza, in cui ciascuno si sente protetto dal proprio gruppo, e farlo prima di chiedere risultati, perché le persone danno il meglio quando non devono guardarsi le spalle.

Il passaggio che mi è servito questa settimana

Il titolo nasce dall’abitudine, che il libro racconta in contesti militari, di far mangiare i comandanti per ultimi. È un gesto piccolo e quasi banale, ma dice con chiarezza qual è l’ordine delle attenzioni: chi guida si occupa prima delle persone che ha intorno e solo dopo di sé. Rileggendolo a un anno dalla mia promozione, mi ha fatto pensare a quante volte, nei primi mesi, ho messo davanti la necessità di dimostrare di essere all’altezza del ruolo e quanto meno spesso ho chiesto al team di cosa avesse bisogno per lavorare bene.

Cosa puoi portare nel tuo primo anno

Se sei a un anno di distanza dal tuo primo ruolo da manager, puoi fermarti a chiederti in quali momenti il tuo team si è sentito al sicuro con te e in quali ha dovuto difendersi, magari da una tua richiesta poco chiara, da una priorità cambiata all’improvviso o da un errore che non si poteva ammettere. Poi scegli un gesto solo per aumentare i primi momenti, per esempio chiarire una priorità, proteggere un confine o dire davanti a tutti «qui ho sbagliato io», e provalo questa settimana

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L'elefante nella stanza diventa piccolo