Da collega a capo: cosa cambia davvero

La promozione cambia il titolo. Non ti insegna a guidare.

Quando lavoravo in Nestlé sono passata nel Marketing da Product Manager a Group Product Manager. Sulla carta era un bel salto. Più responsabilità. Più visione. Più peso. Anche più riunioni, ma quello non lo scrivono mai nella lettera di promozione.

Il primo lunedì mi sono seduta al tavolo con quattro colleghi con cui, fino a poche settimane prima, condividevo analisi… e lamentele sul capo. Confidenza totale. Battute interne. Sguardi che dicevano “hai visto anche tu?”. Commenti a margine prima che iniziasse la riunione.

Solo che questa volta il capo ero io.

Ho fatto quello che fanno in molti nel primo mese. Ho finto che non fosse cambiato niente. Stesso tono. Stessa informalità. Stesso modo di lavorare.

Con una piccola differenza: adesso decidevo io.

O almeno, avrei dovuto.

In realtà facevo quello che sapevo fare meglio. Rispondevo a tutto. Sistemavo tutto. Controllavo tutto. Continuavo a produrre come prima, solo con quattro persone in più attorno.

E nel frattempo cercavo di non creare distanza. Per non sembrare “quella che si è montata la testa”. Per non rovinare il clima.

Il punto è che la distanza non è qualcosa che crei. È qualcosa che esiste quando il ruolo cambia.

Io non l’avevo ancora capito. Non avevo capito che non si trattava di essere più simpatica o più competente. Si trattava di costruire una struttura diversa.

E quella, purtroppo, non arriva con la firma sulla promozione.

Il nodo profondo

Quando sei nel primo anno da responsabile succede una cosa precisa: non ti senti incapace, non ti senti senza talento.

Ti senti sotto pressione.

Perché dentro hai una convinzione silenziosa: “Se mi hanno promosso dovrei già sapere come si fa.”

E allora fai quello che sai fare meglio: lavori di più, tieni insieme i pezzi, ti carichi il peso.

Non chiedi troppo. Non metti confini netti. Non cambi davvero posizione.

Il punto è che non stai fallendo: stai guidando senza sistema.

Un ruolo nuovo senza criteri chiari crea confusione.

Non perché tu non sia pronta, ma perché nessuno ti ha spiegato cosa cambia davvero: non cambia la tua competenza tecnica, cambia la responsabilità.

Prima rispondevi del tuo lavoro, ora rispondi di come far funzionare il lavoro degli altri.

È un passaggio sottile, ma enorme.

E se non lo rendi esplicito, resti incastrata nel mezzo: non più collega, non ancora guida.

La chiarezza

Nel primo anno il problema non è la persona: è l’assenza di criteri, è l’idea che guidare significhi reggere tutto da soli, è pensare che mantenere la stessa dinamica di prima sia un segno di maturità.

Non lo è.

Guidare non significa diventare fredda; significa assumere il ruolo, creare confini sostenibili.

Significa costruire un sistema che ti permetta di non fare tutto.

Una sola cosa devi ricordare:

Non sei impreparata. Sei senza sistema.

E un sistema si costruisce. Non si improvvisa.

Il primo criterio: smetti di essere “la più brava”. Inizia a essere “la più chiara”.

Nel primo anno ti giochi tutto su un equivoco.

Continui a dimostrare quanto sei capace.

Invece dovresti iniziare a rendere gli altri capaci.

Il criterio è semplice.

Ogni volta che entri in una riunione o assegni un’attività, chiediti:

Sto cercando di fare bene io?

O sto creando chiarezza per far funzionare il lavoro?

La differenza è sottile ma decisiva.

Fare bene tu significa controllare, rifare, sistemare.

Creare chiarezza significa definire aspettative, criteri, responsabilità.

Nel primo anno non serve diventare carismatica.

Serve diventare leggibile.

Se il team capisce cosa ti aspetti, quando, e con quali criteri, il carico mentale si abbassa.

Per te.

E per loro.

Questo è il primo passo verso una guida sostenibile.

Micro–strumento per questa settimana

Prova una cosa semplice.

Alla fine della prossima riunione, dedica 5 minuti a questa chiusura:

“Prima di chiudere, ricapitoliamo:

Chi fa cosa, entro quando, e con quale criterio di risultato?”

Scrivilo.

Assegna i nomi.

Metti una data.

Chiedi: “È chiaro per tutti?”

Non aggiungere altro.

Non è coaching.

Non è motivazione.

È struttura.

Ti sembrerà banale. Non lo è.

Perché nel primo anno la chiarezza riduce metà dei problemi.

E ti toglie il peso di dover inseguire tutto dopo.

Ispirazione SEMPLICE

C’è un libro che avrei voluto leggere prima di iniziare a guidare persone: Niente teste di cazzo di James Kerr.

Parlando degli All Blacks, Kerr riporta una regola semplice:

“Better people make better All Blacks.”

Non dice “migliori talenti”.

Dice persone migliori.

Nel lavoro reale questo si traduce così:

non è la tua performance individuale a far funzionare il team.

È la qualità del sistema che crei attorno.

Quando sono diventata Group Product Manager avrei dovuto applicarlo in modo concreto.

Invece di fare io le presentazioni più difficili, avrei potuto dire:

“Questo è lo standard che vogliamo raggiungere. Preparala tu, la rivediamo insieme.”

Invece di proteggere tutti dalle pressioni, avrei potuto chiarire:

“Questa è la priorità. Il resto lo posticipiamo.”

Applicare quell’idea in una riunione significa questo:

alzare l’asticella delle responsabilità, non abbassarla per paura di perdere consenso.

Nel primo anno non ti serve essere perfetta.

Ti serve costruire persone che funzionano meglio dentro un sistema chiaro.

Chiusura

Se sei nei primi mesi o nel primo anno, è normale sentirti in bilico.

Stai ridefinendo il tuo ruolo.

Stai cercando confini nuovi.

Stai imparando a guidare senza avere ancora un metodo stabile.

Non devi sapere tutto.

Devi iniziare a costruire struttura.

Un criterio alla volta.

Una riunione alla volta.

Una delega alla volta.

Se vuoi capire a che punto sei oggi e dove mettere ordine per primo, puoi partire dal Test del Metodo SEMPLICE.

Non per etichettarti.

Ma per avere una mappa iniziale.

Il resto viene con l’allenamento.

Penso che la leadership non sia un titolo, ma un allenamento quotidiano.

E che si possa rendere semplice grazie a un percorso fatto di esempi concreti, metodi chiari e ispirazioni che aiutano a vedere — e fare — meglio.

È con questo spirito che condivido riflessioni e strumenti pratici su team, lavoro e organizzazione.

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“Ho troppo da fare”