Le prime conversazioni: Perché dire “è chiaro?” non funziona quando sei appena diventata responsabile

Più provi a non sembrare troppo direttiva o troppo rigida, più rischi di creare confusione: nel primo anno da responsabile la chiarezza non è autoritarismo, è rispetto per il lavoro degli altri.

La prima riunione che devi guidare

La prima riunione che devi guidare ha sempre qualcosa di strano.

Non è una riunione difficile.

Non è una riunione strategica.

Non è neanche particolarmente importante.

È una riunione normale.

Ed è proprio per questo che ti mette a disagio.

Il team è seduto davanti a te, alcune persone sono state tue colleghe fino a poche settimane prima, altre ti guardano con quell’aria neutra che hanno le persone quando stanno cercando di capire che tipo di responsabile sei.

Parlate dei progetti in corso.

Si commentano alcune scadenze.

Qualcuno dice che servirà una mano su una cosa.

La riunione scorre via senza attriti.

Arriva il momento di chiudere.

E fai la domanda che fanno quasi tutti i neo-manager alla prima riunione:

“È chiaro?”

Qualcuno annuisce.

Qualcuno dice sì.

Qualcuno prende appunti.

Tu esci dalla stanza con la sensazione che sia andata bene.

Due giorni dopo scopri che tre persone hanno capito tre cose diverse.

Una attività non è partita.

Un’altra è stata fatta due volte.

Una decisione che pensavi fosse presa… non lo era.

Ed è lì che inizi a pensare:

forse non sono stata abbastanza chiara.

forse dovevo spiegare meglio.

forse devo imparare a fare riunioni migliori.

Nel primo anno da responsabile succede spesso.

E quasi mai per il motivo che pensi.a.

Il vero problema non è la sicurezza personale

Quando succedono queste cose la tentazione è pensare che sia un problema di sicurezza personale.

Magari non sei stata abbastanza autorevole.

Magari non hai spiegato bene.

Magari non hai ancora imparato a guidare le conversazioni.

In realtà, nella maggior parte dei casi, il problema è molto più semplice.

Non è insicurezza.

Non è mancanza di talento.

Non è inesperienza “psicologica”.

È mancanza di struttura.

Quando passi da operativa a responsabile succede una cosa silenziosa: continui a parlare come una collega, ma nel frattempo il tuo ruolo è cambiato.

Le tue parole non hanno più lo stesso peso.

Prima una frase come “facciamo così?” era una proposta.

Adesso può essere interpretata come una decisione.

Prima un silenzio era solo un silenzio.

Adesso può diventare ambiguità.

E la domanda “è chiaro?” è l’esempio perfetto.

Perché sembra una domanda utile.

In realtà non produce nessuna chiarezza.

Nel primo anno succede spesso perché c’è una convinzione implicita che gira nella testa di quasi tutti i neo-manager:

se sono stata promossa dovrei già sapere come si fa.

Quindi cerchi di cavartela con il buon senso.

Con l’educazione.

Con la collaborazione.

Il problema è che guidare persone non funziona così.

Non perché serva diventare rigidi.

Ma perché serve creare un sistema minimo di chiarezza.

La prima chiarezza di Simplership

Qui arriva una delle cose più liberanti che ho capito negli anni di lavoro.

Una frase semplice, ma potente.

Non sei impreparata. Sei senza sistema.

Quando nessuno ti insegna come guidare una riunione, come chiuderla, come assegnare un’attività, ognuno inventa il proprio modo.

E spesso il modo che inventiamo nel primo anno è questo:

parlare molto

spiegare bene

essere gentili

chiedere se è tutto chiaro

Sembra leadership collaborativa.

In realtà è una riunione senza struttura.

E senza struttura le persone riempiono i vuoti come possono.

Interpretano.

Immaginano.

Aspettano.

Non è cattiva volontà.

È semplicemente il modo in cui funzionano i gruppi.

Per questo, nel primo anno, la cosa più utile non è imparare cento tecniche di leadership.

È molto più semplice.

Serve un criterio.

Il criterio che cambia le riunioni

Il criterio è questo:

una riunione non è finita quando tutti hanno capito. È finita quando tutti sanno cosa succede dopo.

Questa piccola lente cambia completamente il modo di chiudere una conversazione.

Non stai più cercando conferme generiche.

Stai cercando chiarezza operativa.

Non ti serve sapere se “è chiaro”.

Ti serve sapere tre cose molto concrete:

chi fa cosa

entro quando

con quale risultato atteso

Quando queste tre informazioni sono esplicite, la riunione ha struttura.

Quando non lo sono, la riunione resta un luogo di interpretazione.

E nel primo anno da responsabile questo fa una differenza enorme.

Perché riduce il carico mentale.

Riduce le incomprensioni.

Riduce anche quella sensazione strana di dover controllare tutto dopo.

Una micro-struttura da usare subito

Se vuoi provare una piccola cosa già questa settimana, puoi iniziare da qui.

Alla fine della prossima riunione non chiedere:

“È chiaro?”

Fai invece questa micro-chiusura, che richiede meno di trenta secondi.

Dì semplicemente:

“Prima di chiudere, ricapitoliamo tre cose:

chi prende questa attività, entro quando e cosa consideriamo fatto.”

Poi aspetta.

Qualcuno parlerà.

Qualcuno chiarirà.

Qualcuno si prenderà la responsabilità.

Non è una tecnica sofisticata.

È una micro-struttura.

E quando inizi a usare piccole strutture come questa succede qualcosa di interessante: le riunioni diventano più corte, le attività partono prima e tu smetti lentamente di essere il punto di snodo di tutto.

Nel primo anno è già moltissimo.

Ispirazione SEMPLICE

C’è un libro che anni fa mi ha fatto riflettere molto su una dinamica che nel lavoro esiste ancora, anche se raramente viene detta ad alta voce.

Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia.

È un libro che parla di linguaggio, potere e di tutte quelle frasi che, nel tempo, sono state usate per ridurre lo spazio delle donne nelle conversazioni pubbliche e professionali.

In uno dei passaggi più forti del libro emerge un’idea molto chiara:

“Il modo in cui nominiamo la realtà è anche quello in cui finiamo per abitarla”

Leggendolo mi è tornato in mente un episodio molto concreto della mia vita lavorativa.

Una riunione.

Un tavolo pieno di persone.

Io che stavo parlando.

A un certo punto un avvocato — più anziano, molto sicuro di sé — mi interrompe e dice semplicemente:

“Tasi.”

In dialetto veneto significa: stai zitta.

E io lì, in quel momento, sono stata zitta.

Non ho risposto.

Non ho reagito.

Ho lasciato scorrere la riunione.

È una di quelle situazioni che sul momento ti spiazzano.

Solo dopo capisci cosa avresti voluto dire.

Ma quella scena mi è rimasta dentro.

Perché nel lavoro succede più spesso di quanto pensiamo che qualcuno — esplicitamente o implicitamente — faccia sentire un’altra persona fuori posto quando prende parola.

Succede alle donne.

Ma succede anche ai junior.

Alle persone più introverse.

A chi è nuovo nel ruolo.

Da quel giorno mi sono fatta una promessa molto semplice.

Non sarei più stata zitta quando avevo qualcosa da dire.

Ma soprattutto non avrei mai permesso che qualcuno si sentisse autorizzato a far stare zitto un’altra persona dentro un team che guidavo.

Perché guidare un team significa anche questo.

Significa creare uno spazio in cui le persone possano parlare senza sentirsi ridicolizzate, interrotte o ridimensionate.

Uno spazio in cui un’idea può essere detta anche se non è perfetta.

Uno spazio in cui una persona junior può fare una domanda senza sentirsi ingenua.

Uno spazio in cui nessuno deve chiedere il permesso di esistere nella conversazione.

Per questo, se oggi guidi un team, c’è una piccola responsabilità che vale più di tante tecniche di leadership.

Fare in modo che nel tuo team non esista “stai zitta”.

Né detto apertamente.

Né suggerito con gli sguardi.

Né fatto capire con il silenzio.

È una cosa piccola.

Ma è una delle forme più concrete di rispetto professionale che puoi costruire dentro un gruppo di lavoro.

E spesso è proprio da lì che comincia un team che funziona davvero.

Restare nel percorso

Se stai attraversando questa fase — le prime riunioni, le prime deleghe, il passaggio da collega a responsabile — è normale sentirsi in equilibrio instabile. Non perché non sei capace. Ma perché stai costruendo la struttura mentre lavori.

È una fase che quasi nessuno racconta. Ed è anche il motivo per cui ho iniziato a raccogliere strumenti e riflessioni su Simplership: per mettere ordine in quelle situazioni quotidiane che tutti viviamo quando iniziamo a guidare persone.

Se ti va di continuare questo percorso, puoi iscriverti alla newsletter o seguirmi su Instagram @simplership_lauracuni. Ogni settimana condivido un principio, una domanda o una piccola struttura che può alleggerire il lavoro di chi guida un team. Niente teoria complicata. Solo ciò che può aiutare lunedì mattina.

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